martedì 21 febbraio 2017

Potevo farlo meglio?


Buongiorno.
Oggi vi chiedo di concedermi un piccolo spazio di orgoglio motherno per il mio giovane favoloso.
Premiato dalla scuola e non da me, s'intende, oggi questo titolo gli calza a pennello.
Piccola premessa indispensabile: favoloso non vuol dire perfetto e senza difetti, anzi. Quelli ci  sono, e in abbondanza, ma rientrano nella sua poliedrica umanità.
Favoloso  vuol dire rispettoso, educato, generoso e con buoni profitti scolastici che, come sapete bene, sono anche il risultato di pomeriggi di yoga spesso degenerante in acidissimo yogurt.
Ma tralasciando questo aspetto, volevo raccontarvi la giornata di ieri che mi ha portato a scrivere questo post.
Ancora convalescente a causa della giornata di sabato, ho preferito concedergli un altro giorno di riposo e cautela, per cui l'ho tenuto a casa da scuola.
Essendo solo in casa con me, deve essersi accorto di quanto una mamma faccia di nascosto mentre tutti sono a scuola e il papà a lavorare. Può anche darsi che le mie riflessioni di ieri sugli effetti della mia assenza da casa abbiano avuto su di lui un influenza positiva.
Comunque sia, ieri il mio giovanotto ha deciso spontaneamente di darmi una mano.
Per prima cosa ha svuotato completamente il cassetto dei DVD che ha sistemato in ordine perfetto, presentandomi il risultato finale con grande orgoglio.
I nostri DVD, generalmente, superando di gran lunga la capienza dei vani comprati appositamente per riporli, sono sparsi ovunque, spesso separati dalla loro custodia originale; è chiaro quindi che il suo è stato  un lavoro molto impegnativo e faticoso.
Mentre lui svolgeva questo compito da perfetto impiegato di un archivio pubblico, io cercavo di fare la stessa cosa con gli sportelli della cucina, in cui regnava una grande promiscuità tra tazze, cibo e posate.
Dopo aver terminato, gli ho comunicato che sarei andata a rifare finalmente il letto e lui, ancora una volta, si è proposto di farmi compagnia e darmi una mano.
Nel frattempo, però, è squillato il telefono per cui ho lasciato stare il letto e mi sono allontanata per un po'.
Conclusa la telefonata, ho ricevuto il suo insistente invito a tornare in camera e con mia grande sorpresa  ho trovato il letto rifatto e un biglietto:


Inutile dire che non ho neanche guardato come l'avesse fatto, perchè ero troppo emozionata e impegnata a sciogliermi. L'unica cosa che potevo fare era ringraziarlo e congratularmi con lui per l'ottimo lavoro.
Quindi,  pensandoci bene, potevo forse farlo meglio?

lunedì 20 febbraio 2017

Se mamma non c'è

Se mamma non c'è...
...il resto della famiglia balla, sul divano!
Domenica mattina, impegni diocesani mi portano a uscire di casa alle otto.
Questo merita una digressione:  immaginate quanto sia dura, dopo una settimana intensa, dopo una giornata come quella di sabato, passata a combattere con virus che ormai avevamo dimenticato, sentire suonare una sveglia e ricordarsi che, pur essendo domenica, quella sveglia ce l'ha proprio con te?
Ho provato a ignorarla, a contrattare con lei un posticipo, a convincerla che avesse sbagliato giorno, ma senza successo: imperterrita ha continuato a strillare ricordandomi che entro un'ora avrei dovuto essere pronta, fuori dalla porta.
Il resto della famiglia, colpevole lo stato di salute di Luca, oserei dire "disfatto",  è rimasto a casa per tutta la mezza giornata.
Al mio rientro, intorno alle 14:00, quella disfatta ero io: emicrania alienante, e livello di lucidità pari a meno di zero, per cui la mia unica destinazione possibile era quel letto da cui mi ero separata con tanta tristezza la mattina.
Riemergendo dopo un paio d'ore dal mio torpore  da paracetamolo, ho cominciato a focalizzare il contesto domestico: credo che "campo di battaglia" sia la definizione più consona.
Ora, ammetto che possa essere anche il risultato di giorni e giorni in cui  posso aver trascurato un po' di faccende per dedicarmi al mio blog, e ad altre mille attività extra domestiche, ma è anche vero che una mezza giornata senza mamma lascia sempre delle tracce.
Perchè il marito, pur essendo a suo modo collaborativo resta, sempre e comunque, un marito.
La biancheria, che in questi giorni non sono riuscita a piegare e sistemare nei cassetti, continua a giacere dove l'ho lasciata, come quella pulita in lavatrice, che vi è rimasta perchè a lui la lavatrice era sembrata vuota.
Tralascio il resto della casa sul quale, come dicevo, ammetto le mie personali responsabilità, ma su una cosa non posso sorvolare: i piatti del pranzo.
Appena mi sono resa conto che il lavello continuava ad ospitarli nonostante fosse tardo pomeriggio, ho chiesto spiegazioni al mio dolcissimo marito, che con il candore di un cucciolo di cicogna, mi ha risposto che già stamattina aveva lavato quelli di ieri sera, come se da prescrizione medica potesse occuparsene una volta al giorno, onde evitare misteriosi effetti collaterali.
Questo mi fa riflettere su una cosa fondamentale, che mi sfianca da un lato ma dall'altro lato mi lusinga: il lavoro di una mamma, anche quello fatto a metà, quello non proprio perfetto, è sempre insostituibile, e talmente latente che può venire fuori solo quando la mamma, per qualche motivo, manca da casa.
Consapevole del post che stavo scrivendo, promessa (o minaccia) esplicita che gli ho lanciato dopo avergli fatto presente che ogni santo giorno io i piatti li lavo dopo ogni pasto, il mio maritino ha iniziato a sbucciare le patate e, come se stesse compiendo un atto eroico, ha indossato il suo sorrisino malefico e di chi cade sempre in piedi e ha iniziato a canticchiare Chiamami ancora amore
E come sempre, pur scatenando in me il desiderio di sbucciargli il candido visino, è riuscito a farmi ridere ricordandomi perchè continuo e continuerò a chiamarlo amore.

sabato 18 febbraio 2017

La relazione educativa: l'ask the boy e la metafora del pescatore

Eccomi qui, come promesso, per completare la nostra riflessione sulla relazione educativa, e in particolar modo sui principi pedagogici a cui si ispira il metodo adottato dallo scoutismo.
Abbiamo già accennato alla centralità del ragazzo, non destinatario di un processo passivo e guidato da altri, ma elemento attivo e partecipante di questo processo.
Monito costante del fondatore dello scoutismo, era infatti l'ask the boy, l'invito a prestare ascolto all'educando, alle  sue esigenze, alle sue priorità.
Per approfondire questo argomento, durante l'incontro, abbiamo sfruttato la tecnica del Role Playng, affidando a due volontari rispettivmente il ruolo di capo e di lupetto, (ruoli che abbiamo poi invertito in un secondo momento). Come canovaccio da seguire ho scelto due comunissime situazioni che potrebbero comportare uno scambio anche conflittuale tra capo e ragazzo: l'assenza ripetuta alle riunioni settimanali, e la noncuranza della propria "pelliccia". 
Lo scopo del gioco di ruolo era quello di portare a riflettere sull'importanza del mettersi nei panni dell'altro, del cambiare prospettiva (per dirla con linguaggio dell'AC, di vedere le cose Sotto Sopra), al fine di aprire realmente il cuore e la mente all'ascolto.
Tale ascolto  deve essere anche mirato a individuare ciò che al ragazzo piace di più, per rendere il percorso di crescita stimolante puntando sulla valenza pedagogica del gioco e del divertimento, strumenti fondamentali dello scouting. 
«Un sorriso» diceva Baden Powell «fa fare il doppio della strada di un brontolio». 
Per un'appassionata di cinema d'animazione come me, a questo punto è tato inevitabile il collegamento con Monsters & Co,  uno dei miei  preferiti, grande capolavoro della Pixar del 2001, diretto da Pete Docter, Lee Unkrich e David Silverman.
Ambientato a Mostropoli, ha come protagonisti J.P. Sullivan (meglio conosciuto come Sulley) e Mike Wasowski, due mostri impiegati della Monsters & Co, la centrale elettrica che rifornisce di energia tutti gli abitanti della città. La fonte da cui trae questa energia sono le urla dei bambini che grazie alle doti di esperti spaventatori, riempiono intere bombole di generatori elettrici.
L'azienda, però, vive un momento di crisi, poichè i bambini del nostro tempo sono meno inclini a spaventarsi, sono più razionali e si lasciano intimidire meno dei propri predecessori.
Onde evitare il fallimento dell'azienda, quindi, il suo direttore decide di rapire dei bambini per trarre da loro il massimo delle grida, e riportare in attivo il fatturato, complice un impiegato senza scrupoli, il cui unico scopo è quello di superare Sulley, suo eterno avversario.
Uno di questi bambini, una bambina per l'esattezza,  resta per sbaglio nel mondo di Mostropoli ed entra in maniera dirompente nella vita dei due mostri che, dopo averla temuta come essere nocivo imparano a conoscerla e si affezzionano a lei al punto da rischiare la vita pur di salvarla.
Questa esperienza, inoltre,  porta i due a fare una grande scoperta che si rivelerà estremamente proficua per l'azienda e per tutta a città di Mostropoli: le risate de bambini sono in grado di produrre una quantità di energia notevolmente superiore rispetto a quella ottenuta con le loro grida.
Ecco quindi che il ruolo predominante nella centrale non è più affidato agli esperti spaventatori ma ai mostri più buffi e simpatici, il cui compito è quello di fare ridere a più non posso i bambini con scenette comiche e giochi di prestigio.
La metafora utilizzata  da Baden Powell per speigare questo punto fondamentale della sua visione pedagogica, era quella che assimilava l'educatore a un pescatore che  deve utilizzare come esca un cibo che piaccia al pesce. Egli dovrà quindi calarsi nei panni del ragazzo, chiedersi cosa puotrebbe stuzzicare maggiormente il suo interesse, stimolare la sua fantasia e mirare ad un apprendimento che sia piacevole e quindi più produttivo. Strumento fondamentale in questo senso è l'utilizzo dell'ambientazione, nella giungla, delle varie attività svolte da lupetti e coccinelle: il senso dell'avventura, il misurarsi con prove difficili ma anche divertenti e il costante  contatto con la natura, consentono di abbattere qualsiasi barriera e facilitano il percorso di crescita personale e sociale.
Crescita che, come dicevamo stamattina, deve sempre avvenire nel pieno rispetto dei tempi e delle puculiarità specifiche di ogni songolo bambino o bambina.
Per dirla con un altro grande maestro a colori, il capo non deve insegnare ai suoi ragazzi ad essere come lui, ma deve insegnare loro ad essere il meglio di se stessi. «Io non devo trasformare voi in me. Devo trasformare voi in voi! [...] La vostra forza sta nell'essere il miglior voi stessi che potete». (Kung Fu Panda 3, Dreamworks, 2016, regia Jonathan Aibel e Glenn Berger).
Quindi, come direbbe a questo punto uno scout che si rispetti, Buona caccia!


La relazione educativa: definizione e individuazione delle fasi principali

Oggi torno a parlarvi di un tema che mi riguarda personalmente come madre, come pedagogista, come animatrice di gruppi di AC, come persona: la relazione educativa.
Lo faccio ispirandomi alle argomentazioni che ho usato  con i  capi branco dei lupetti della diocesi di Ragusa.
Non a caso si utilizza il binomio relazione educativa, poichè alla base di ogni processo pedagogico c'è, innanzitutto, una relazione, un legame tra due persone che diventa educativo nel momento in cui entrambi i soggetti in esso coinvolti ne traggono insegnamenti funzionali alla propria crescita individuale e sociale. In questa ottica nessun rapporto educativo va inteso come un processo a senso unico, bensì come un percorso fondato sulla reciprocità. Come madre sperimento ogni giorno questa reciprocità, mi accorgo che dai miei bambini imparo sempre cose nuove, apprendo nuovi modi di vedere e interpretare la realtà, filtro i miei occhi spesso troppo abituati alle cose che mi circondano, per attribuire ad esse nuovi significati, nuovi valori.
In linea con il pensiero di Robert Baden Powell, fondatore nel 1907 dello scautismo, siamo partiti da una definizione "socratica" dell'educazione, intesa non come trasmissione  e inculcazione di precetti e di regole preconfezionate e rigide, ma come procedimento maieutico. Come una levatrice, infatti, ogni educatore deve cercare di tirare fuori (e-ducere) dal proprio allievo o educando, cio che ha dentro di sè: doni, pensieri, talenti, competenze e abilità. Puntando su queste, potrà aiutarlo a potenziare le proprie abilità emergenti e a scoprire quelle ancora nascoste.
Fondamentale secondo la metodologia dello scautismo è l'esperienza, da cui partire e a cui tornare nel percorso pedagogico. Fondare l'educazione sulla concretezza e la quotidianità di ogni ragazzo, quella che in AC prende il nome di catechesi esperenziale, è l'unico modo per raggiungere obiettivi più radicati e duraturi nel tempo.
Insieme ai capi, abbiamo poi riflettutto sulle fasi della relazione educativa attraverso una dinamica di gruppo. 
Il gioco che ho proposto, semplicissimo, consisteva nello scambio di posto tra i vari componenti del gruppo al grido di un segnale convenzionale.  
Il gioco si è svolto in quattro fasi:
I FASE: Nessuna regola precisa da seguire, se non quella di cambiare il proprio posto con un altro al tre!
II FASE: Il conduttore del gioco indica una regola precisa da seguire nello scambio, indicando, ad esempio, una particolare categoria di persone che dovranno spostarsi dalla propria a un'altra sedia (ad esempio: tutte le persone con le scarpe da ginnastica; oppure: tutte le persone con i capelli corti, e cose del genere);
III FASE: Il conduttore sceglie dei membri del gruppo ai quali, di volta in volta, assegna il compito di decidere la regola  da applicare e i criteri da seguire nello spostamento (il conduttore via via scelto può, ad esempio, decidere che i partecipanti dovranno spostarsi a destra o a sinistra di tre posti);
IV FASE: Il conduttore affida a tutto il gruppo il compito di scegliere, in maniera partecipata e condivisa tra i vari membri, la regola da seguire.
Ad ogni fase del gioco corrispondeva una fase di vita del gruppo, e quindi un diverso livello della funzione dell'educatore:
I FASE: il gruppo, appena formato, non è ancora un vero e proprio gruppo, ma semplicemente un insieme di persone che condividono uno stesso luogo e che hanno come obiettivo comune quello di intraprendere uno stesso percorso formativo. In questa fase predomina il caos, non esiste un sistema di regole condivise, non esistono ancora relazioni solide. 
II FASE: Il ruolo dell'educatore è fondamentale e la conduzione del gruppo spetta prevalentemente a lui che stabilisce le regole e fornisce ai ragazzi un sistema di valori a cui ispirarsi.
III FASE: L'educatore, avendo imparato a conoscere ciascuno dei propri ragazzi, comincia a responsabilizzarli, affidando  compiti e ruoli che corrispondano alle loro predisposizioni e alle loro specifiche abilità; 
IV FASE: Il gruppo, avendo raggiunto un livello adeguato di maturità, sia relazionale che di crescita individuale di ogni membro, comincia ad essere in grado di autogestirsi, per cui la relazione educativa si trasforma nettamente: non più centralizzata e fondata sul ruolo predominante dell'educatore/capo, ma decentrata e fondata su una co-gestione, su una cooperazione e partecipazione di ogni suo membro.
Sebbene questa articolazione non possa mai essere netta e assoluta, la sua semplificazione è funzionale alla comprensione di una caratteristica fondamentale della relazione educativa:  il suo procedere, in maniera graduale e progressiva, verso una  sempre maggiore autonomia del ragazzo. 
L'educatore deve rendere il ragazzo  capace di farcela da solo, senza la sua supervisione e guida costante.
Trattandosi di risorse umane, ovviamente, questa articolazione non può e non deve essere rigida, nè tantomeno la sua progressione verso l'ultima fase è da considerarsi definitiva. Il gruppo, infatti, come il singolo ragazzo, può vivere nuovi momenti di confusione e di squilibrio che richiedano un ritorno all'accentramento e quindi un nuovo intervento educativo da parte del capo, che dovrà ricreare un nuovo ordine, e ricostruire nuovi percorsi verso l'autonomia e la cogestione del rapporto educativo. Tali squilibri possono dipendere dall'intervento di svariati fattori nella vita del singolo ragazzo (perdite, problematiche familiari, malattie) ma anche di tutto il gruppo (ingresso di nuovi elementi, abbandono da parte di altri, cambiamento della figura del capo/educatore). Risulta fondamentale quindi la capacità di gestire questo percorso con flessibilità ed elasticità, prestando attenzione alle situazioni specifiche  e ai vissuti personali e collettivi.
Oltre alla definizione di relazione educativa, e alla riflessione sulle sue fasi principali, si è anche affrontata la questione delle modalità con cui stimolare la partecipazione del ragazzo al processo educativo che lo vede protagonista, ma questo punto merita un'argomentazione a parte che tratteremo nel prossimo post.