Ai bulli chi ci pensa?

Ai bulli ci pensa mai qualcuno?
Non mi riferisco  al pensiero negativo, quello che li vorrebbe sul patibolo o con la schiena al muro per poter lanciare loro pietre di varia forma e dimensione.
Più volte mi chiedo se qualcuno riesca a pensare a loro come persone che compiono errori, anche piuttosto gravi spesso, senza pensare alle conseguenze che potrebbero distruggere la vita non solo delle loro vittime  ma anche la propria.
Qualcuno si chiede mai cosa porti questi ragazzi e queste ragazze a comportarsi in questo modo? Ci si chiede mai se questo male che diffondono tra i propri compagni, i più deboli, sia un male che hanno ricevuto e le cui ferite rimangono nascoste sotto le loro corazze da duri?
Capisco che la mia provocazione sia difficile da accettare, più volte mi trovo a fare queste riflessioni con altri genitori e mi sento addosso occhi increduli, occhi incapaci di comprendere una posizione che sembra porsi, quasi, dall'altra parte della barricata.
Anche io sono madre,  di due bambini che non sanno neanche cosa voglia dire difendersi usando la violenza, quindi la mia paura che un giorno possano diventare l'obiettivo di qualche scherzo malvagio o di abusi mi assilla ogni giorno e di certo, qualora dovesse accadere, non mi farei domande esistenziali nè  riuscirei ad avere la mente lucida e libera per giustificare e perdonare. Come ogni madre, la sofferenza dei miei figli mi trasformerebbe in una selvaggia fiera che difende i propri cuccioli. 
La mia provocazione, quindi, non vuole sindacare sulla rabbia, o annullare tutto il lavoro che varie agenzie educative stanno svolgendo per prevenire e affrontare i fenomeni di bullismo che sembrano essere sempre più diffusi (anche se su questo io vi inviterei a riflettere su quanto l'amplificazione mediatica e l'uso dei social possa influire sull'aumento statistico dei casi di bullismo conosciuti).
Il bullismo va certamente prevenuto e combattuto ma credo che la strada giusta sia quella di intervenire sui bulli e non, come si fa troppo spesso, contro i bulli.
La mia posizione, ve lo assicuro, si basa su esperienze dirette poiché, avendo lavorato nelle scuole, ho avuto modo di toccare con mano insieme alle mie colleghe molte situazioni di questo tipo. Molte segnalazioni da parte di insegnanti e genitori nascevano da episodi di violenza verbale o fisica che si verificavano nelle ore scolastiche ma anche fuori dalla scuola, e che si traducevano in prese in giro a volte anche piuttosto pesanti, persecuzioni, richieste di pagamenti di vario tipo e, soprattutto, si coronavano con la classica minaccia che imponeva il silenzio.
Ogni volta che siamo intervenute, nei casi in cui per caso o per fortuna l'episodio era venuto fuori, ci siamo trovati di fronte a due mondi di sofferenza:  quella della vittima da un lato, quella del bullo dall'altro.
La vittima portava con sé il dolore della violenza subita, l'incapacità di esternarlo a causa di una paura lacerante, l'umiliazione di essere stato alla gogna del carnefice come di tutti gli spettatori, la vergogna di non essere stato in grado di reagire e di difendersi da solo.
Il bullo, magicamente trasformato davanti a noi in bambino o ragazzo, in essere umano fragile e pieno di limiti (e di potenzialità nascoste!) faticava di più a fare emergere la propria sofferenza, poiché il ruolo di duro, di personaggio forte e antagonista dell'eroe della storia, non gli permetteva di mettere a nudo le proprie debolezze.
Debolezze dovute a episodi di violenza quotidiana subita nel contesto domestico e non solo, incapacità di misurarsi con gli apprendimenti scolastici per i motivi più svariati, autostima bassissima dovuta ad un mondo adulto incapace di evidenziarne i pregi ma specializzato nel farne emergere i difetti, solitudine immensa, da intendersi come mancanza di reali relazioni affettive significative, traumi di vita legati a lutti o separazioni.
Su tutte, la debolezza più evidente, quella su cui soprattutto si potrebbe e, anzi, si dovrebbe intervenire, era la mancanza di stimoli educativi adeguati, l'essere cresciuti in contesti in cui lo strumento comunicativo più diffuso era la violenza, in cui le regole da seguire erano esattamente opposte a quelle che indirizzano  verso la legalità e il rispetto reciproco.
La mia provocazione, dunque, spera di mettere dubbi e di offrire nuove chiavi di lettura di un fenomeno di cui ormai parlano tutti e spesso nel modo sbagliato.
E tra queste chiavi di lettura, quella che ritengo importante da fissare nella propria mente di adulti e di genitori è questa:  contro la violenza, contro la mancanza di rispetto e la prepotenza non esiste e non esisterà mai un'arma più potente dell'educazione.


Commenti

  1. Condivido la tua prospettiva. Sono di certo ragazzi con tante fragilità che andrebbero accompagnati piuttosto che "crocifissi". Arduo compito di insegnanti ed educatori.

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